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Tribunale Venezia 4 ottobre 2004

Il consenso deve essere il frutto di una relazione interpersonale tra i sanitari ed il paziente sviluppata sulla base di un’informativa coerente allo stato, anche emotivo, ed al livello di conoscenze di quest’ultimo. In altri termini, la conformità della condotta dei sanitari rispetto all’obbligo di fornire un adeguato bagaglio di informazioni deve essere valutata non tanto sul piano tecnico-operatorio, quanto sulla natura dell’intervento, sull’esistenza di alternatitive praticabili, anche di tipo non cruento, sui rischi correlati e sulle possibili complicazioni delle diverse tipologie di cura tali da compromettere il quadro complessivo del paziente, segnando il passaggio, come icasticamente osservato da una prestigiosa dottrina, dalla fase dell’assenso a quella del consenso, ossia del convergere delle volontà verso un comune piano di intenti. Provato l’inadempimento rispetto all’obbligazione informativa, come tale incidente in via diretta sul diritto del paziente all’autodeterminazione in ordine alle scelte involgenti la propria salute, poco rileva sapere come il paziente si sarebbe comportato qualora avesse avuto piena contezza in ordine ai rischi di complicazioni: quello che rileva è che egli non è stato in condizioni di esprimere un consenso realmente informato, non senza osservare che l’eventuale prova diretta a dimostrare che, quand’anche informato, il paziente avrebbe optato per l’intervento a fronte dell’elevato rischio connesso alla sua condizione, incombe sul sanitario.